8 settembre 1943
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Arrivano più tardi Gorreri e Longhi che recano la bozza del manifesto e le ultime notizie. In piazza, piena di gente in fermento, si aggirano pochi, isolati, soldati tedeschi che sorridono sornionamente alle pacche, invero molto ingenue, di qualcuno che li avvicina gridando: « Heil Friede! ». Sì, la pace ... Con trenta divisioni armate fino ai denti schierate fra il Po e la dorsale appenninica, i tedeschi non pensavano certo di mollare il territorio italiano, con la conseguenza di avere subito il nemico alle porte di casa. Una simile eventualità era al di fuori di ogni logica, per cui bisognava pensare ad organizzare la resistenza, ovunque e con ogni mezzo, contro gli attacchi che sarebbero certamente venuti da parte tedesca. Gorreri fu quello fra i politici riuniti in via Farini che più ebbe coscienza della gravità della situazione. Già in piazza Garibaldi aveva avvicinato un alto ufficiale del comando di presidio per chiedere a nome della cittadinanza misure di difesa a protezione della città e la revoca dello stato d'assedio. Ne ebbe un secco rifiuto. Ma alla riunione del comitato antifascista, Gorreri ritornò sull'argomento e fu deciso di inviare in forma ufficiale Bernini e Foà dal comandante di presidio a rinnovare le richieste già fatte da Gorreri. Il generale Moramarco ricevette nel suo ufficio i due rappresentanti del popolo di Parma. Giù, nella piazza, la gente rumoreggiava e sembrava non voler sciogliere gli assembramenti. Non sappiamo se per insipienza professionale o per deliberato calcolo politico, questo era ciò che più preoccupava il generale. L'incontro fra i delegati popolari e il comandante militare assumeva, di per sé, a causa degli eventi che sarebbero derivati alla nostra città a seconda delle decisioni che fossero state adottate, un carattere di solennità. Ma l'aria di sufficienza con cui il generale Moramarco trattò Bernini e Foà, tramutò in grottesco un momento della storia di Parma che era quanto mai tragico. — « Voi politici — disse il generale — se veramente volete darci una mano, dovreste preoccuparvi di mandare a letto i parmigiani, perché le dimostrazioni e la mancata osservanza del coprifuoco ancora in vigore, questo, sì, potrebbero urtare la suscettibilità degli alleati tedeschi ». Disse proprio così il generale: ... degli alleati tedeschi! — Per il resto — aggiunse — lasciate fare a noi militari. Ci penseremo noi. E state tranquilli, perché i tedeschi hanno ben altre gatte da pelare che pensare ad attaccarci ». In precedenza il comitato antifascista aveva approvato, dopo alcune correzioni formali di Bernini e di Foà, il testo del manifesto da lanciare alla cittadinanza. Eccolo:
“Popolo di Parma, il governo Badoglio ha firmato l'armistizio. La guerra che non avete voluto, la guerra che non era la vostra, la guerra con cui il fascismo ha completato la sua opera di rovina, è terminata. La pace e la libertà che avete così ottenuto, le avete acquistate a caro prezzo, perché tanti sono i morti — martiri innocenti della criminalità fascista — e grande la distruzione delle nostre città. Ma questa pace e questa libertà possono essere contrastate dai vostri veri nemici, dai veri nemici dell'Italia: dal fascismo e dai suoi alleati. Il governo ha dichiarato che si opporrà con tutte le sue forze a qualsiasi tentativo del genere. Il popolo deve essere unanime a fianco dei soldati di Italia. Cittadini di Parma, stringetevi tutti attorno al Fronte nazionale antifascista; non ponete ostacoli con movimenti inconsulti al compito del governo. Gravi compiti ci attendono ancora: li compiremo. Siate pronti ad uniformarvi alle direttive del Fronte nazionale antifascista. Viva la pace! Viva l'Italia liberata dai suoi nemici!”
Questo manifesto non poté mai essere letto dai parmigiani, perché gli eventi che seguirono ne impedirono la stampa e l'affissione. Al rientro in sede degli avviliti e delusi Bernini e Foà, Gorreri propose che il comitato sedesse in permanenza per essere pronto a far empestivamente fronte ad ogni eventualità. Gli altri membri non furono dello stesso parere per cui — era circa la mezzanotte — l'assemblea fu tolta. Longhi si prese l'incarico di far stampare il manifesto. Gorreri, che, strada facendo, ripropose a Savani le sue preoccupazioni per la situazione, non sentendosi sicuro, decise di passare la notte in casa di Giacomo Ferrari che abitava sullo Stradone, quasi all'angolo con via al Collegio Maria Luigia, un posto tranquillo, quasi in periferia, allora, e inoltre munito di telefono.

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